Messaggio di padre Massimiliano

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parrocoCaro don Giuseppe, vicario episcopale del III Vicariato dell’arcidiocesi, oggi in veste altresì di delegato dell’arcivescovo, e cari fedeli, si è conclusa una solenne celebrazione in cui nella nostra comunità parrocchiale anche quest’anno è stato amministrato il sacramento della Cresima. E anche quest’anno, sia io che i catechisti, abbiamo constatato l’inopportunità di continuare ad amministrare i sacramenti dell’iniziazione cristiana a chi non ha ancora incontrato Gesù Cristo. Ciò vale anche per il sacramento del matrimonio. Non parliamo poi del sacramento del battesimo, i cui protagonisti rimangono quasi sempre i genitori non praticanti. Mi chiedo: ma quando si deve realizzare il ritorno all’antica prassi pastorale della Chiesa? L’incontro con Cristo, infatti, suppone un primo annuncio del Vangelo, il cui ascolto accogliente produce la fede e il vivo desiderio di seguire il Signore. Di lì, l’ingresso nella comunità cristiana e il cammino con essa, scandito dalla catechesi settimanale e dall’assemblea domenicale. Cammino che conduce progressivamente ad una conoscenza matura del mistero di Cristo e di conseguenza ad una piena integrazione nella comunità. Soltanto allora il primo annuncio può cedere il passo alla catechesi specifica riguardante i sacramenti dell’iniziazione cristiana. Oggi, invece, si pretende che le catechesi con le quali si preparano ragazzi e adulti ai sacramenti dell’iniziazione cristiana sostituiscano il primo annuncio della fede o fungano da “occasione” per il primo annuncio di Cristo. Niente di più sbagliato! Un’ottusità teologica e pastorale che va avanti già da troppo tempo nella Chiesa e che personalmente ho avuto modo di constatare in questi sedici anni di ministero sacerdotale! C’è da chiedersi che fine abbia fatto quell’imprescindibile e incisiva catechesi che la Chiesa fin dall’antichità aveva istituito per coloro che, dopo essersi convertiti a Gesù Cristo e al suo santo Vangelo, chiedevano di essere battezzati, ossia il catecumenato. Non se ne parla più. Almeno fino ai Lineamenta del Sinodo sulla nuova evangelizzazione, documento nel quale la commissione preparatoria ne aveva intuito l’esigenza e l’urgenza. Mi ha molto sorpreso che nell’esortazione post-sinodale il termine “catecumenato” non ricorra neppure una volta! Eppure questa è sempre stata la prassi della Chiesa, non solo della Chiesa antica, ma anche della Chiesa di oggi e della Chiesa di domani. In un’epoca secolarizzata e laica come quella che stiamo vivendo, può ancora la Chiesa, almeno la Chiesa italiana, dare per scontato la fede di chi si accosta ai sacramenti per automatismo culturale o perché li considera una sorta di “nulla osta” per accedere ad altri sacramenti? Possono i genitori che, per buona consuetudine cattolica, chiedono i sacramenti per i loro figli, garantire alla Chiesa che li educheranno cristianamente? Le gravi conseguenze di questo errore da secoli ormai li stanno pagando la causa del Regno dei cieli e la Chiesa stessa, la quale sembra non voler ammettere l’evidente discrasia tra sacramenti e comunità ecclesiale! Possibile che non ci si preoccupi più se i fruitori dei sacramenti siano corpo, siano famiglia, siano comunità credente? È dentro una comunità che si accede ai sacramenti della fede. Così facendo si legittima un privatismo religioso! È gravissimo! Pertanto, in quanto parroco, cosciente, anzitutto, di dover rendere conto a Dio di come anch’io stia amministrando il tesoro della sua Grazia, non me la sento più di continuare in questa linea. Io la sera non mi addormento con la coscienza a posto, anche se né io né tanti fratelli e sorelle che mi coadiuvano nel ministero abbiamo alcunché da rimproverarci, essendoci sforzati fino ad ora di dare il massimo. Tutti i corsi catechetici e di formazione sono ben tenuti, ben preparati, e onerose e notevoli le energie che in questi anni sono state profuse per la catechesi. Grazie a Dio né io, né i miei collaboratori pastorali ci siamo mai sentiti manchevoli davanti a Lui e davanti agli uomini. Il mio rammarico non deriva dunque dall’accusa di un peccato di omissione. No. Ma dall’aver dato perle a chi non era in grado di apprezzarne il valore.
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